Ho pensato a lungo a come raccontarmi in questa pagina.
La verità è che non saprei farlo partendo da una lista di titoli accademici o ruoli professionali. Non perché non siano importanti, ma perché nessuno di loro, da solo, racconta davvero ciò che mi muove.
Credo che ognuno di noi sia molto più dei ruoli che ricopre o ha ricoperto nel lavoro e nella sfera personale. Siamo un intreccio di ciò che la vita ci ha chiamato a vivere, delle domande che abbiamo scelto di seguire e del significato che nel tempo abbiamo dato a ogni esperienza.
Così anche la mia storia non è fatta di tappe separate, ma di fili che continuano a intrecciarsi.
Ognuno di essi ha portato uno sguardo diverso e insieme hanno dato forma al mio modo di stare nel mondo e di accompagnare con i miei percorsi chi incontro.
Ma forse c'è un tessuto che accoglie tutti i miei fili.
È una ricerca che mi accompagna da sempre: il desiderio di avvicinarmi all’essenziale. Di andare oltre ciò che appare, oltre le spiegazioni immediate, per incontrare quel luogo in cui le cose ritrovano il loro significato più autentico.
Per questo, quando parlo di lavoro interiore, preferisco parlare di discesa anziché di crescita.
Discendere rimanda ad un calarsi verso il basso dentro di sé, oltre il rumore dei condizionamenti, delle aspettative, delle paure, per avvicinarsi, poco alla volta, a ciò che in noi è rimasto integro. Come nelle profondità del mare, dove l'acqua torna limpida e ciò che sembrava invisibile si lascia finalmente vedere.
Proprio nell'esplorazione profonda di me, ho visto come ogni cambiamento, ogni momento di nebbia o di svolta, non era una deviazione, ma un invito a scendere più a fondo in me stessa, anche quando era scomodo.
Anche quando faceva paura.
La mia strada professionale è passata attraverso una laurea in ingegneria biomedica e molti anni come manager in azienda.
Il mondo dei sistemi e dei processi mi ha insegnato a organizzare, pianificare e rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe astratto. È stato proprio lavorando in azienda che ho imparato una delle lezioni che più avrebbero influenzato il mio modo di lavorare con le persone. Nessuna struttura, per quanto ben progettata, può reggere a lungo se chi la vive non ne sente il senso e non ne diventa parte. E, allo stesso tempo, anche la motivazione più forte rischia di disperdersi quando non trova una struttura capace di sostenerla.
Presto ho riconosciuto che questo stesso movimento esiste anche dentro l’essere umano.
Il nostro mondo interiore ha bisogno di ascolto, spazio e libertà per raccontarsi, ma ciò che scopriamo di noi e che desideriamo per noi ha bisogno anche di trovare una forma nella vita concreta. Nelle scelte che facciamo, nei confini che impariamo a tracciare, nelle abitudini che coltiviamo e nella disciplina con cui scegliamo di prenderci cura di ciò che per noi conta.
Il sentire dà senso alla struttura. La struttura permette al sentire di diventare vita.
È dal desiderio di avvicinare questi due mondi che sono arrivata alla formazione triennale in Counseling a indirizzo Deep Mindfulness e ad approfondire i miei studi nel campo delle dipendenze affettive e della fame emotiva.
È stato proprio l'incontro con la mindfulness a trasformare il mio modo di stare nella vita.
Mindfulness significa consapevolezza, dal latino cum-sapio. "Sapio" significa "avere sapore" ma anche "discernere", "avere buon senso", "essere saggio".
Nel mondo antico, il vero sapiente era colui che aveva palato per la vita. Era l'essere umano capace di distinguere il vero dal falso così come il palato distingue il dolce dall'amaro. Una persona che non si limita a conoscere un fatto con la razionalità, ma lo interiorizza, lo assimila e lo "sente" intimamente nella propria esperienza vissuta.
Essere consapevoli significa smettere di inghiottire la vita per inerzia e ricominciare finalmente a sentirne il sapore.
Significa portare una presenza viva nei giorni ordinari, fuori dal cuscino di pratica. Significa sviluppare poco alla volta la capacità di guardarsi da fuori per non lasciarsi trascinare dalle emozioni e imparare a essere il proprio rifugio anche quando fuori è complesso e dentro si fa tempesta.
Ho sentito sulla mia pelle che, se resto in contatto con me non mi sento mai sola, a prescindere da chi c'è o non c'è intorno. È in questo contatto che l'amor proprio prende forma e stare dalla propria parte diventa possibile.
Nel sentire la fiducia per sostenere le proprie scelte anche quando l'opinione esterna ci spingerebbe in un'altra direzione.
Nel sentire la nostra vicinanza anche quando cadiamo o ci sentiamo in colpa.
Nel sentire nel corpo le onde della paura, dell'ansia, della rabbia, della tristezza, sollevandole come tende che nascondono una stanza vuota.
Una stanza vuota che spesso cerchiamo di riempire col rumore del fare cose e che invece chiede semplicemente di restare. Con presenza. Con sapore. Per sentire che proprio là, sotto le onde, c'è pace.
La pratica diventa, così, uno spazio prezioso per allenare la disciplina ad agire su ciò che è in nostro controllo e il coraggio di lasciare andare il resto. Anche dopo tante cadute. Anche quando fa male.
E' il terreno dove il corpo parla senza essere silenziato o ignorato e sperimenta che la serenità non è nel futuro. E' qui e ora e non posso delegarla alle scelte altrui o al raggiungimento di qualcosa.
Così la mindfulness è arrivata nella mia vita. Come una carezza gentile che mi ha restituito la libertà di guardare ciò che accade dentro e fuori da me con gentilezza e pazienza. Fuori dalle illusioni.
I miei due movimenti interni si sono, quindi, incontrati dentro di me, come uno specchio: l'anima ingegneristica di dare struttura e direzione si è amalgamata con l'esplorazione interiore. Così ogni cambiamento profondo trovava un'ancora e una forma concreta nella vita di ogni giorno.
Quello che avevo iniziato da tempo in campo personale e professionale era il viaggio di consapevolezza e integrazione delle mie parti. Il viaggio di ritorno alla mia natura intera.
Nel tempo ho sentito che ci sono luoghi che più di altri mi riportano a casa. Luoghi capaci di ricondurmi all'essenziale. Luoghi di ritorno.
Per me sono le storie dei romanzi, delle biografie, dei saggi, della mitologia, dove riconosco che ciò che viviamo appartiene da sempre all'esperienza umana; le parole, nelle cui radici cerco i significati originari che aprono a sguardi nuovi su ciò che viviamo; la psicologia, che continua a mostrarmi quanto ciò che non vediamo di noi continui silenziosamente a guidare le nostre scelte; la natura, che con la sua bellezza ridimensiona il rumore e insegna ad accogliere con grazia i propri ritmi; l'arte, che si fa specchio dell'anima e al tempo stesso dialogo silenzioso con l'esperienza umana che attraversa il tempo.
Sono luoghi che non hanno la pretesa di dare risposte immediate. Mi accompagnano, piuttosto, a sostare nelle domande. Ed è in quella presenza che lo sguardo si allarga e ritrovo il sentiero di casa. Il sentiero del ritorno a me.
Da qui nasce il mio desiderio vivo di lavorare con le donne. Con un femminile tramandato rimasto appeso ai giudizi, a volte rimpicciolito, spesso inconsciamente auto silenziato. Un femminile che ha imparato a stare, ma non sempre ad abitarsi.
Un sottile vuoto si fa peso, anche quando la vita è piena. Un senso di solitudine difficile da nominare, in cui le donne smarriscono la fiducia nel proprio sentire e affidano a mani altrui la propria serenità.
A loro porto questo spazio.
Attraverso la relazione, la presenza e la costruzione intenzionale del quotidiano, le accompagno in una riscoperta delle proprie risorse che sostengano e rendano nutriente lo stare in relazione con sé, con l’altro e con la società. In una discesa sotto il rumore che ci distrae dalla sana stima di noi, dalla fiducia nelle nostre scelte, dalla nostra autonomia in ogni forma.
Il mio compito è offrire quel luogo sicuro per raggiungersi, incontrare le proprie parti e ritesserle insieme.
Con Fede e Amor Proprio.